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ott 27, 2015

Dal carcere

Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sull'esperienza di meditazione in carcere, per il giornale dell'associazione Raphael. Ed ecco cosa ho sentito di portare fuori da quelle stanze.

Categoria:Corsi 

L’idea di propormi per tenere un gruppo di meditazione di consapevolezza in carcere non è stata mia; non avrei mai pensato di essere capace di fare una cosa del genere. Troppa paura: paura di non sapermi mettere nei panni delle persone che avrei trovato, paura di non riuscire a capire, ma soprattutto di non riuscire a sentire, e che “loro” se ne accorgessero.

Comunque i casi della vita sono tanti, e mi sono ritrovata alla Casa Circondariale Don Bosco, sezione maschile, una volta la settimana due ore.

L’esperienza è durata un anno, ed è finita per i motivi soliti per cui si smette di fare qualcosa: motivi normali del mondo normale.

Cosa ho imparato? Cosa può essere utile, con questo scritto, portare fuori da lì?

In primo luogo, mi viene da dire, le loro storie, che non sono nemmeno troppo diverse da quelle di tanti di noi. A qualche incrocio, certo, però ognuno di noi ha preso (almeno per ora) strade diverse. Per scelta, o per caso, o per destino, o perché semplicemente non è stato possibile fare altro.

Ed è così che alla fine io ora sono a casa, ho acceso il computer, navigo su internet, e loro, anche se non vado più a trovarli, sono ancora lì, e non possono. Ho appena mangiato qualcosa che ho scelto e cucinato, e loro non possono. Posso scegliere se ho voglia di stare in silenzio, se chiamare o vedere qualcuno, se farmi una doccia calda. I miei amici ancora “dentro” hanno telefono e visite contate, e in carcere è difficile anche dormire. Inutile dire che io posso uscire, ma credo che per loro non poter uscire sia quasi il disagio minore. L’aspetto tremendo è non poter quasi vivere, lì.

Certo, qualcosa hanno fatto per cui io sono fuori e loro “dentro”. Questo bisogna pensare.

A. mi ha voluto raccontare che ha ammazzato la moglie. E’ un signore mite, e agitatissimo. Roso dalla colpa, dal pensiero del figlio, dal non riuscire a credere cosa mai gli è successo quel giorno, all’improvviso. Schiacciato dalla consapevolezza che non ci sarà mai rimedio, e al tempo stesso quasi incredulo.

G. è un signore con una lunga storia di malavita, di tutto di più, la cocaina e Gesù nel cuore. Mentre era agli arresti domiciliari ha conosciuto la Signora F., col suo cane di razza, e sono innamoratissimi. Ora però lui è di nuovo in galera e si vedono poco. Dice che l’amore non si cerca, arriva, e allora puoi solo godere della benedizione che ti è toccata.

L. viene da lontano, ha già fatto tanti anni in galera, ci si è anche fidanzato. Scrive racconti e poesie. Ora scriverà un libro con un noto scrittore, perché la fortuna ogni tanto sembra ti venga a cercare anche se sei nascosto. Aspetta di uscire non so fra quanti anni, per andare a vivere con la sua ragazza, che vede 4 ore al mese che prima erano 8. Ha le braccia tutte tagliate, quando urla arrabbiato si stenta a credere che quella voce venga veramente da lui.

M. abita vicino a casa mia e non sta bene, se lo tengono ancora dentro perderà anche il lavoro, oltre alla casa. Anche suo cognato medita, e al telefono gli dice “vedi che fortuna che hai ad essere lì, io non trovo mai il tempo”.

P. è più giovane di me e ha fatto il mio stesso liceo. E’ la seconda volta che finisce dentro. E’ educatissimo. Dice che dopo la prima volta è stato tremendo: sentiva che tutti lo consideravano male, non si fidava più di nessuno, era arrabbiato.

F. è in carcere da sempre, studia. Quando gli ho detto che non sarei più andata, mi ha detto che evidentemente il gruppo mi aveva delusa. E a pensarci mi ci viene ancora da piangere.

Non vado più a trovarli da un mese; non so se quando tornerò, dipende dai casi del mondo normale. Mi mancano, ma sembra che io abbia ripreso la mia vita, come se loro non fossero lì.

Come è stato meditare con loro? Difficile. Difficile perché mancava una stanza, la possibilità di sedersi da soli, un minimo di silenzio. Difficile staccarsi dall’idea di essere andata lì a proporre qualcosa che IO sapevo essere giusta, e per loro staccarsi dall’idea di dover far capire qualcosa a me.

Difficile e bello ascoltarci profondamente e lasciar andare tutto, e semplicemente stare insieme. Solo stare insieme e ascoltarci è stata tante volte la nostra meditazione. E se la meditazione di consapevolezza è “portare attenzione, intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante” allora, effettivamente, questo è proprio quello che abbiamo provato a fare.